Dopo 10 anni, l'illuminazione!
"Il potere.
Ecco secondo lo stesso Franco Basaglia, che ne scrive in L'utopia della realtà, il cuore di tutto.
Il potere secolare, di un medico o di un aguzzino,
di seppellire in un manicomio una persona marchiata come pazza.
«Che sia potere tecnico, potere fantasmarico, potere carismatico, potere istituzionale o,
nel peggiore dei casi, potere puro,
si tratta sempre di
potere…»"
(G.A. Stella, Diversi, Solferino, 2019 Milano)
Ho già scritto del libro Diversi di Gian Antonio Stella (vedi qui). Stanotte, leggendolo, mi sono imbattuto nelle parole che ho citato in apertura. Parole terribili che mi hanno subito impressionato, sebbene abbia per un po' continuato a leggere. Poi però, di colpo, mi sono fermato, sono tornato indietro e le ho lette nuovamente, e poi ancora una volta e lì, in quel momento si è accesa una lampadina e dall'archivio dei miei ricordi ne ho tirato fuori uno di quelli che per ben dieci anni ha aspettato pazientemente di essere catalogato in maniera soddisfacente con le connessioni al posto giusto. Si tratta di un vissuto al quale ho spesso pensato in questo arco di tempo, solitamente accompagnato da delusione, frustrazione e a volte anche rabbia. Solo stanotte però ho finalmente trovato i giusti incastri per collegare quel tassello agli altri del puzzle che da tempo vado componendo dentro me e che, spesso, fatico a trovare e far combaciare.
Il vissuto cui
faccio riferimento mi vede seduto sulla comoda poltrona dell'aula magna di una
delle prime scuole in cui ho insegnato dieci anni fa. Si tratta di una
scuola prestigiosa e ambita, della quale conservo ricordi bellissimi e che
segnò una delle mie rinascite, con la scoperta di me non solo come docente, ma soprattutto come persona, grazie ai miei alunni, in
uno dei periodi più intensi che seguiva a ruota uno dei più travagliati della
mia vita. Eravamo in un collegio docenti e il dirigente scolastico illustrava i
progetti per l'avvenire della scuola, vantandosi della possibilità di ricevere
finanziamenti importanti perché si puntava sempre più a farne una scuola
d'eccellenza, una di quelle che vedono lunghe liste di aspiranti iscritti, con tanto di graduatoria per l'accettazione
dei bambini e degli studenti (copriva, infatti, tutti i cicli scolastici, dalla
scuola dell'infanzia a vari tipi di liceo). A un certo punto il dirigente se ne uscì con
una espressione infelicissima, quella che mi ha arrovellato per tutto questo
tempo. Non ricordo con precisione le parole, ma il senso era più o meno questo:
"in questa scuola non ci sono insegnanti di sostegno perché non ci sono
alunni con disabilità. Questa è una scuola d'eccellenza che deve preparare le
nuove generazioni ai posti di responsabilità, alla dirigenza del futuro".
In pratica disse implicitamente che gli alunni con disabilità sono un peso, una zavorra che rallenta, che una scuola come quella non poteva permettersi di caricarsi.
Ecco, questo è il
ricordo incriminato.
All'epoca non avevo maturato la sensibilità che ho adesso nei confronti dei temi quali la disabilità e l'autismo (all'epoca non sapevo neanche cosa fosse l'autismo), ma ricordo bene che questa uscita del dirigente scolastico mi colpì e non mi lasciò indifferente. Ricordo anche che in quelle classi piene di giovani di "buona famiglia" a volte parlavo di Anna e della mia esperienza con lei. Solitamente erano momenti magici, come quello che vissi nella V A del liceo scientifico: il silenzio era assoluto e i ragazzi attentissimi. Anna iniziava già allora a "educare a distanza"!
A scanso di
equivoci: sono certo che il dirigente scolastico non intendesse essere così
brutale, ma soprattutto, non vorrei che si pensasse che fosse un mostro, anzi.
E' una persona che ho stimato per vari motivi e che sapeva parlare ai ragazzi. Da lui ho imparato tanto.
Però quell'uscita infelice la fece e negli anni mi sono chiesto spesso perché
di tanto in tanto tornasse a tormentarmi e al modo in cui avrei potuto
obiettare (fosse successo ora, l'avrei fatto sicuramente e con una certa
veemenza!).
C'era però un senso che mi sfuggiva e lo sentivo. Ho già scritto di quanto possa essere importante la presenza di un alunno con disabilità nelle classi di ogni ordine e grado, non occorre che mi ripeta più di tanto, ma quel senso continuava a sfuggirmi. Finché stanotte è giunta l'illuminazione.
Ecco qual è il nesso che non riuscivo a cogliere: il potere!
«Che sia potere tecnico, potere fantasmarico, potere carismatico, potere istituzionale o, nel peggiore dei casi, potere puro, si tratta sempre di potere…» scriveva Basaglia in riferimento ai medici e alle istituzioni che troppo spesso ingiustamente condannavano persone, uomini e donne, al manicomio, col risultato che, se non erano "pazzi", ce li facevano diventare.
Il potere
cui ho pensato questa notte, però non è così estremo, fortunatamente, ma è pur
sempre un'ambizione che molti coltivano a volte più o meno segretamente, altre più o meno
manifestamente. Il guaio è che questa ambizione non solo è cercata per la
propria persona, ma diventa anche un obiettivo da inculcare nelle menti dei
giovani, che siano i propri figli o gli alunni di una scuola prestigiosa o di
un indirizzo ritenuto tale. In questo secondo caso però credo che difficilmente
sia un insegnamento impartito in modo spudoratamente esplicito, ma certe
ambizioni sanno infiltrarsi in maniera subdola nei nostri discorsi, specie nel modo di
motivare l'impegno dei nostri ragazzi, nel prospettare un futuro glorioso fatto
di ambizione a posti di responsabilità e potere, appunto. E così un
apparentemente innocuo discorso abbondante di buoni propositi, teso a mostrare
l'importanza di essere diligenti nello studio di determinate materie, o del
sentirsi dei privilegiati per il tipo di scuola scelto, può celare in sé il
messaggio subliminale che a volte attecchisce e goccia dopo goccia crea sì
giovani motivati e ambiziosi, ma pericolosamente freddi dal punto emotivo ed
empatico verso quelli che sono fuori della propria cerchia o del proprio status
sociale.
Ecco perché ora sarei in grado di obiettare fermamente a quel
dirigente scolastico quanto è importante che i nostri giovani entrino in
contatto, quotidiano e costante, con compagni di classe con disabilità, che
interagiscano con loro e vedano quanto può essere affascinante, ma anche
faticoso accettare la fragilità altrui, farsene carico e lasciarsene
arricchire: imparando a relazionarsi vicendevolmente, comprendendo la fatica che c'è
dietro e di cui le famiglie si fanno carico, sarà più facile che sviluppino e
allenino quella intelligenza emotiva e l'empatia necessaria per tenere lontana
la tentazione del potere che porta al rischio di decidere con superficialità e
scarsa attenzione del destino di quelli che incroceranno nel corso della loro
esistenza.
Nella speranza che comprendano che il vero prestigio di un uomo, la sua statura morale non deriva dal corso di studi seguito, dalla posizione sociale raggiunta o dal conto in banca, ma dalla capacità di saper guardare chi gli sta di fronte e vedere che prima di tutto è una persona e trattarla come tale.
Sempre.
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