Una ricognizione che insegna, uno sguardo che libera
24 novembre 2025
Mia cara Anna,
è da tempo che non ti scrivo e ancor di più che non lo faccio su questo blog.
Mi decido a farlo ora perché tra qualche ora vivrò un momento che attendo e temo allo stesso tempo. Sono passati dieci anni, due mesi e quattro giorni da quando ci hai lasciati e due giorni dopo è stata l'ultima volta che ho guardato il tuo corpo prima che fosse coperto e sigillato in una bara. Tra qualche ora quella bara sarà riaperta per effettuare la ricognizione necessaria prima del tuo trasferimento nell'ossario. Domani, quindi, sarà l'ultima volta che vedrò il tuo corpo su questa terra.
Sono teso e attendo trepidante quel momento.
Pensavo e temevo di non aver dedicato sufficiente tempo per prepararmi a questo importante evento, eppure, ora mi accorgo che dentro di me, la consapevolezza di quanto sta per accadere ha lavorato nonostante il caos di questo ultimo periodo. Ora mi accorgo che, lì nel profondo del mio cuore, il pensiero di questo passaggio ormai imminente è stato ed è molto presente.
Come reagirò non lo so ancora, lo scoprirò quando sarò lì.
Da quando abbiamo fissato la data, un ricordo ha cominciato a ripresentarsi continuamente e ora lo rivivo come fosse ieri. Ero a Madrid, forse due o tre giorni dopo il tuo funerale in attesa che giungesse il giorno della mia premiazione ad Avila. Eravamo in un parco vicino alla cattedrale e al castello reale e lì, all'improvviso cominciai a piangere: il pensiero del tuo corpo chiuso nel buio della bara era forse più forte del dolore della tua perdita, ancora troppo giovane per essere metabolizzata.
Il pensiero del tuo corpo.
Lo stesso che rivedrò tra qualche ora.
Lo so che tu non sei lì, la fede mi aiuta a saperti in Paradiso e, al tempo stesso, accanto a me a guidare i miei passi, continuando a insegnare col tuo silenzio.
Poco fa Antonella ci ha mandato un video del 1997. Non so da dove lo abbia tirato fuori, né chi lo abbia fatto, ma in quel video ci sei anche tu e la mia attenzione si è concentrata tutta su di te. Rivederti ha risvegliato ricordi che ho lasciato fluire fino a quando sono arrivato a rileggere l'ultima parte dell'elaborato che scrissi per la mia specializzazione sul sostegno. Voglio riportare qui l'ultimo paragrafo perché quelle parole, oggi, assumono un significato completamente nuovo.
"Per rendere più chiaro quanto appena affermato, si può finalmente dare risposta alle due domande che al termine del paragrafo dedicato alla relazione (1.2) erano rimaste in sospeso. In quella sede si era giunti ad affrontare la questione della reciprocità nelle relazioni e di quelle situazioni che apparentemente rendono difficile l’affermazione di questo aspetto. In particolare erano state prese in considerazione le persone con disabilità cognitiva grave. A guidare la riflessione che segue, sono le parole emblematiche di Fabio Dovigo, il quale afferma che «trovarsi di fronte a una situazione di svantaggio, e in particolare di disabilità, soventemente produce sulle persone un effetto in qualche modo paralizzante, che sembra impedire loro non solo di ragionare ma anche di usare il buon senso» (Dovigo 2014, 14-15). Situazioni come quelle appena denunciate sono piuttosto frequenti, anche nel contesto scolastico e, solitamente, si reagisce pensando subito in termini di relazione a senso unico, nel senso che l'altro, la persona con disabilità o comunque in situazione di bisogno è vista non tanto nel suo essere persona individuata da un nome proprio, quanto nella sua condizione di disabilità o svantaggio. Con la conseguenza che ciò che appare ed è percepito negativamente prende il sopravvento e impedisce di accorgersi e pensare che prima di tutto c’è la persona con un nome proprio che non può, né dovrebbe essere ridotta ad una diagnosi perché, proprio in virtù del suo essere persona, è molto di più di un’etichetta o etichetta diagnostica. Sulla questione delle etichette torneremo tra breve. Qui invece preme sottolineare e ribadire che troppo spesso, nella scuola ma non solo lì, di fronte a situazioni “difficili” che esulano da quella che facilmente definiamo “normalità”, si preferisce evitare di assumere la fatica di collocarsi in una prospettiva diversa per guardare l'altro. In certi casi, infatti, in maniera automatica prevale l’ottica di una relazione a senso unico, assumendo l’atteggiamento che porta a pensare – e comportarsi di conseguenza – che tutte le energie da investire nella relazione siano a carico di chi, in questo caso il docente, deve avere a che fare con quella situazione che devia dalla rassicurante “normalità”. Col risultato che, spesso, il docente non sa come e cosa fare, resta paralizzato e impedisce a se stesso di guardare l’alunno con uno sguardo che gli consenta di esprimersi nelle proprie potenzialità. Lasciare spazio all’altro, guardarlo con uno sguardo che libera dalle distorsioni dei propri atteggiamenti e delle proprie opinioni è un atto difficile, ma è ciò che consente di comprendere che il flusso di energie messe in movimento non è a senso unico, bensì a doppio senso, anche se molto diversa è la natura delle forze messe in gioco e che facilmente assumono i tratti della quantità (pazienza, sopportazione, fatica, attenzione…) e non della qualità quando si tenta di misurarle. Qualità che invece si dispiega nel tempo dilatato dal contatto frequente, che consente di approdare a quella conoscenza per connaturalità cui si è più volte fatto cenno all’inizio di questo elaborato. Conoscenza che può fare a meno delle parole, ma che ha il potere di mostrare l'altro e farlo risplendere di una luce nuova che deriva non più dalle caratteristiche (etichettate e stigmatizzanti) spesso fin troppo evidenti, ma da ciò che è in se stesso: una persona. Ecco, quindi, che è possibile dare un nome alle energie poc’anzi nominate, usando una parola che nella ricchezza del suo contenuto semantico consente di portare la relazione a livelli di profondità impensabili e che non annulla affatto le differenze derivanti dai ruoli o dallo status tanto del docente, quanto del discente. Quella parola è agape, l'amore inteso non come sentimento ma come forza che consente l’epifania dell'altro nel suo essere persona con un nome proprio. Questo dovrebbe essere l'obiettivo dell’inclusione. Obiettivo alto e difficile da raggiungere, soprattutto perché obbliga ad attuare forme di discernimento, di riflessione, tali da aiutare a comprendere che in nessun caso si è autorizzati ad escludere e che tutto ciò che rientra nelle personali opinioni, posizioni, modi di vedere il mondo, se ostacolo alla relazione, deve essere messo da parte per liberare il proprio sguardo sull’altro, e vederlo per quello che è: persona senza alcun’altra “etichetta” che il proprio nome. Prima di tutto e sopra tutto."
In questo paragrafo, cara Anna, tu lo sai bene, tu ed io siamo presenti dalla prima all'ultima parola. Siamo presenti quando parlo della "paralisi" - la mia - che prende davanti a una situazione di disabilità grave - la tua - e impedisce persino di usare il buon senso e di guardare l'altro nel suo essere persona. Ma siamo ancor più presenti quando affermo che il flusso di energie messe in movimento nella relazione apparentemente impossibile non è a senso unico, ma a doppio senso. Siamo presenti quando dico che il contatto frequente consente di conoscersi anche quando le parole non possono essere pronunciate, quando scrivo che c'è una parola che rende possibile la liberazione dello sguardo e la possibilità di andare oltre l'apparenza di una diagnosi e un corpo fragile e limitato dalla disabilità. Siamo presenti quando scrivo che quella parola è agape, l'amore che consente all'altro di essere visto per quello che è: una persona con una sola etichetta possibile, quella del proprio nome. Di questo amore, cara Anna, grazie a te, io ne ho fatta esperienza e oggi lo capisco con maggiore profondità: tu per prima hai saputo guardarmi e vedermi per quello che ero. Fino ad oggi ero convinto che l'amore che ci ha uniti e ci lega ancora mi ha consentito di comprendere che tu sei Anna e basta, ma solo ora, in questo momento, capisco che lo sguardo che tu hai posato su di me attraverso il tuo corpo, mi ha permesso di scoprire che io sono Luigi e basta.
Ancora una volta, tu sei la maestra e io il discente.
E tra qualche ora quello che poserò sul tuo corpo, sarà uno sguardo ancor più carico di amore.
E anche lì, in quel momento, avrai qualcosa da insegnare.
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