Considerazioni a caldo su alcune pagine di un libro interessante

Da ieri ho ripreso a leggere il libro che riporto in foto, acquistato qualche mese fa e dedicato al mondo della disabilità. Il sottotitolo recita, infatti, "la lunga battaglia dei disabili per cambiare la storia".
E' un libro molto interessante, anche se leggendolo mi ritrovo a fare i conti con un miscuglio di riflessioni, emozioni, pensieri e perché no, anche confusione per via della enorme quantità di dati, nomi e date. Viene voglia di rileggere le parti più importanti, approfondire, documentarsi, ma questo è un lavoro che probabilmente lascerò per un futuro indeterminato. 
L'aspetto più importante e inevitabile, è che diventa costante il richiamo alla mia esperienza della disabilità, di Anna prima di tutto e di tutti gli altri che ho avuto modo di conoscere nel corso del tempo. E qui le emozioni, i sentimenti e gli stati d'animo mi fanno attraversare una vasta gamma di situazioni interiori che passano dal ricordo piacevole alla rabbia di certe posizioni di autori e pensatori, dalla gratitudine verso le persone disabili che hanno cambiato la mia vita, alla tristezza per la constatazione dell'ignoranza di molti. 
In particolare ho deciso di scrivere queste righe perché tra ieri e oggi ho letto alcune pagine dedicate alle leggi eugenetiche che nel XX secolo hanno visto la luce, non solo nella Germania nazista (cui spesso le associamo come fosse stata quella nazione l'ideatrice di simili abomini), ma anche in tante altre nazioni. Ho letto di autori e poi Stati (e anche di premi Nobel per la pace) che hanno sostenuto l'idea che fosse giusto e doveroso sostenere i programmi di epurazione preventiva (sterilizzazione forzata di persone con disabilità e problemi psichici) e quella negativa che giustifica l'aborto e la soppressione del disabile. Cose che fanno inorridire certo, ma che ancora oggi trova i suoi sostenitori che a titolo vario giustificano tali abomini, quali, per esempio, l'aborto dei bambini (feti) cui è diagnosticata la sindrome di Down. Un tempo la giustificazione era l'ideologia di avere una popolazione sana e forte (?), oggi, invece si parla della qualità di vita che queste persone avrebbero o non avrebbero e che quindi è meglio negare loro queste sofferenze. 
Scrivo queste cose con molta amarezza, dolore e rabbia, ma anche con un certo senso di orgoglio che nasce dal pensiero che, almeno per ora, qui in Italia non sono sostenbili simili posizioni, quanto meno a livello ufficiale e legislativo. E sono orgoglioso anche del fatto che dal punto di vista storico qui in Italia non sono state approvate leggi eugenetiche che prevedevano la castrazione forzata e questo grazie anche alla presenza della Chiesa Cattolica, sebbene sul suolo italico ci fossero nella prima metà del XX secolo associazioni e cattedre universitarie che ne sostenessero la piena legittimità e che partecipassero al movimento di associazioni nate in varie parti del mondo con questo preciso scopo. I tempi sono fortunatamente cambiati, ma non mi illudo che altri a tinte fosche arriveranno.

Ricordo ora una lezione di Teologia Morale di quando ero studente a Bari. Il professore,  Angelo Panzetta, ora vescovo, ci stava spiegando le tesi di Singer, un filosofo australiano che ha sostenuto apertamente l'omicidio di bambini disabili con la consapevolezza che si tratterebbe di un omicidio, ma che sarebbe moralmente giustificato dal bisogno di alleviare le loro sofferenze e quelle dei genitori. Inorridii ad un simile pensiero e alzai la mano per porre una domanda che, ovviamente, non poteva avere una risposta soddisfacente. Ricordo che mentre parlavo pensavo ad Anna e al suo sorriso e mi espressi chiedendo ad alta voce se colui che avanzava tali proposte fosse mai stato a contatto con una persona disabile e ne avesse visto il sorriso. Aggiungo ora a quella domanda un'ulteriore precisazione: tale Singer si è mai posto il problema di come possa accadere che una persona con disabilità possa con il suo sorriso irradiare pace, gioia e serenità e, di conseguenza, di quanto bene possa fare se inserita in contesti che ne tutelano il diritto alla vita e ne garantiscono il benessere nei limiti del possibile? 
Nessuno, credo, nega il fatto che l'assistenza a una persona con disabilità o altri tipi di problemi sia difficile e in alcune situazioni insostenibile per le singole famiglie quando abbandonate a se stesse, ma questa considerazione può essere usata a pretesto per negare il diritto all'esistenza di queste persone? O, piuttosto, non dovrebbe incitare le Nazioni e le singole società a trovare e mettere in atto strategie utili a un miglioramento delle condizioni di vita dei singoli individui e delle loro famiglie?

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