Il silenzio ha voce? (quello di Anna sicuramente!)




Durante il pranzo ultimamente mi piace guardare qualche video proposto da Facebook. L'ho fatto anche oggi, ma invece di passare un momento di semplice svago, mi sono ritrovato immerso in un flusso di pensieri tale da sentirmi obbligato ora a rinunciare al riposo pomeridiano e, in barba al leggero mal di testa che avverto, scrivere alcune delle riflessioni da lì scaturite. In particolare mi hanno colpito quattro video, ripresi dalla trasmissione Italia's got talent, due dei quali vincitori del golden buzzer, il bottone dorato che, se premuto da uno dei giudici, permette l'accesso diretto alla finale. Non mi vergogno di ammettere che vedere la pressione di quel pulsante mi provoca uno stato emotivo prossimo alla commozione: in quel momento sperimento, infatti, un senso di vicinanza agli artisti che lo hanno meritato e penso alle loro emozioni, giusto premio di un impegno e una passione coltivata con fatica per arrivare ai livelli di capacità e bravura messi in scena sul palco. E' una sensazione strana, la mia, ma piacevole perché non solo mi spinge a considerare e immaginare quanto lavoro possa esserci dietro quei cento secondi di esibizione, ma anche perché mi consente una volta in più di sentirmi emotivamente vivo, cosa che non sempre è stato così.

Ma prima di parlare di questo aspetto che è il più importante, mi piace l'idea di ripercorrere l'evoluzione dei miei pensieri e le scintille che li hanno accesi.

Nel primo video una ragazza si è cimentata in un gioco di equilibrio con dei rami e una piuma, tolta la quale tutta la struttura è crollata. 




Nel secondo invece, l'esibizione che ha portato Mara Maionchi a premere il golden buzzer, era una performance collettiva di un'arte marziale acrobatica che si concludeva col dispiegamento di uno striscione recante il messaggio molto forte: "la pace è più preziosa del trionfo"



Un altro video era centrato su una trasposizione coreutica della canzone dei Police "Every breath you take", ma proposta nell'ottica della violenza sulle donne.



 Nell'ultimo video, golden buzzer di Joe Bastianich, un coro gospel ha eseguito due brani, il secondo dei quali dopo aver vinto l'ambito pulsante dorato è stato il bellissimo brano Think di Aretha Franklin (forse meglio conosciuto come Fredoom)



Gli aspetti che mi hanno colpito in questi video sono stati diversi: la concentrazione dei performer, la considerazione tanto delle abilità apprese e quindi impossibili da improvvisare, quanto del duro lavoro che li ha portati a quei livelli e le interpretazioni che i ballerini hanno voluto dare alla loro coreografia. In quest'ultimo caso, forse la causa scatenante delle mie riflessioni, è stata importante la considerazione fatta mentre guardavo il video: se quei ragazzi e ragazze non avessero spiegato in anticipo quale fosse la loro intenzione, probabilmente non avrei colto il messaggio che volevano comunicare. Da qui l'attenzione si è spostata su una domanda che mi sono posto: può una forma d'arte essere compresa senza la mediazione delle parole? 
Non ricordo però cosa ho pensato in quel momento perché mi sono concentrato sull'esibizione e sull'ascolto delle sensazioni che mi trasmetteva. Alla fine ne sono uscito con una riflessione più ampia sul valore e la potenza delle emozioni, ma anche sull'importanza del silenzio. Ed è stato bello percepire ancora una volta l'essere emotivamente vivo. Si tratta di un aspetto che ultimamente sto prendendo spesso in considerazione, sperimentando interiormente una evoluzione che mi sorprende. Per comodità riprendo un messaggio che ho scritto su whatsapp due settimane fa:

"A me è successa una cosa bella mentre studiavo, anche se non so descriverla appieno con le parole. Mi sembra, infatti, di percepire che in questo periodo, l'opportunità di ritornare a scuola, con tutto quello che ne consegue, ha attivato in me un processo profondo ed è come se mi avesse permesso di sbloccare un canale emotivo di accesso alla mia interiorità che mi sembrava chiuso, anche se non ero in grado di percepirlo. Me ne accorgo ora, proprio perché si è aperto ed è bello sperimentare, o meglio, percepire il flusso emotivo che scorre, scende nel profondo, ma che al tempo stesso mi consente di comunicarlo all'esterno, grazie anche a una modalità più approfondita di "conoscere", entrare e stare nelle relazioni. In un certo senso è come se si fossero attivate delle antenne che mi permettono di essere più recettivo". 

In un altro messaggio aggiungevo che "mi sembra di abitare molto di più il mio corpo e di percepirmi come se dalla testa mi stessi diffondendo e stiracchiando nelle mie membra. È una situazione energetica nuova e, molto molto bella e appagante" e che mi spinge a provare un senso di benessere diffuso, anche fisico e non solo mentale, non fine a se stesso, ma profondamente attivo nelle relazioni interpersonali che vivo. 
Si è quindi sbloccato finalmente questo canale emotivo e l'aspetto interessante è che cambia anche la prospettiva di osservazione delle relazioni: sempre più mi accorgo e prendo consapevolezza, infatti, di quanto le parole sono sì molto importanti, ma spesso, i silenzi lo sono molto di più e non è detto che se manca il suono della voce non si possa conosere l'altro e interagire con lui. Altrimenti, come si potrebbe dire di essere in relazione con persone con disabilità incapaci di parlare o di esprimere compiutamente il loro vissuto interiore? Dalle mie parti c'è un detto "La figlia muta, la madre l'intende" che non so se sia tipico della mia zona, ma che esprime bene il concetto che voglio qui trasporre: la conoscenza di una persona, dei suoi bisogni, dei suoi sentimenti, non necessariamente deve passare attraverso le parole. Il pensiero va qui ad Anna, a Marco, l'alunno con autismo che seguo a scuola, a Paolo, un utente che seguivo a Roma e a tutte persone che hanno un peso forte nella mia vita e che sono o erano impedite nella comunicazione verbale. Eppure, è innegabile la constatazione che la comunicazione c'è ed è forte.

Il silenzio può avere quindi più forza delle parole se però ci si dispone ad ascoltarlo. Sembra un ossimoro questo "ascoltare il silenzio", ma è bello scoprire che può diventare fonte di conoscenza pari a quella di una parola pronunciata con la bocca. Credo però che questo tipo di conoscenza derivante dal silenzio richieda un atteggiamento fondamentale di fondo, vale a dire la capacità di essere in relazione con se stessi, prima di tutto, con il proprio mondo interiore in modo da fare spazio dentro sé per permettere di far risuonare dentro le vibrazioni emotive che sperimentiamo, senza la paura di stare con noi stessi prima e con gli altri poi, anche in assenza di suoni di parole. La paura di stare accanto a persone con disabilità impossibilitate a parlare, l'ho vista e continuo a vederla, percependola spesso e comprendola ancor di più. Una persona con disabilità, impossibilitata a parlare ed esprimersi verbalmente, specie se non conosciuta, può far paura anche perché implica il rendersi conto che non si è abituati a comunicare diversamente dal modo solito e, soprattutto, che non siamo abituati a perdere il controllo della comunicazione stessa, perché tale mi sembra essere una delle paure di fondo in chi non sa come approcciarsi alla disabilità. C'è molto da imparare quindi dalle persone con disabilità e quel molto svela cose di noi stessi prima ancora che dell'altro che ci sta di fronte (disabile o no, poco importa). Peccato che questa consapevolezza arriva ora che Anna non è più con noi da quattro anni e mezzo. Chissà se questo nuovo livello di maturità e attenzione mi avrebbe permesso di esserle ancora più vicino di quanto non lo sia stato. Ma soprattutto, chissà quanto lei mi avrebbe ancora insegnato col suo silenzio, il suo brillante sorriso, i suoi abbracci e i baci  che, ad un occhio estraneo, sarebbero sembrati più dei morsi che un bacio vero e proprio!
Mi consola però il pensiero che, nel mio silenzio interiore, anche quello dei pensieri, tutto questo possa ancora accadere e lei possa ancora continuare a insegnare e a ispirare i miei passi.



(la foto di apertura è trovata in rete)

Commenti

Post popolari in questo blog

Una ricognizione che insegna, uno sguardo che libera

Ciao Paolo, fratello di elezione

Dell'amicizia e del compito alto dell'insegnante per l'inclusione (cioè di sostegno)