Una fiaba, un puzzle e la classe di un alunno con autismo
Ultimamente la mente frulla parecchio e spesso mi piacerebbe mettere per iscritto alcune delle riflessioni che faccio e che scaturiscono dalla mia attuale esperienza di lavoro e gli argomenti di studio che affronto in vista della prossima selezione per il corso di specializzazione sul sostegno didattico ad alunni con disabilità. I tempi stretti, la difficoltà nell'apprendere, la scarsa organizzazione e il bisogno di riposo mi impediscono però di dedicarmi a questa piacevole attività. Oggi però non è così e voglio assolutamente codificare i miei pensieri per dare loro ordine e chiarezza.
In uno dei due post precedenti ho scritto che da ottobre ho accettato una supplenza annuale su sostegno in un liceo di Civitavecchia. Attualmente le mie 18 ore settimanali sono impegnate nell'assistenza di Marco, un ragazzo con autismo grave e l'esperienza si sta rivelando altamente formativa su più fronti, sia perché è la prima volta che assumo una responsabilità educativa di questa portata, sia perché giorno dopo giorno scopro e imparo cose nuove, tanto sull'autismo, quanto nella conoscenza dell'animo umano in generale. A questo proposito, da un po' di tempo mi chiedo come possa agire per rendere più efficace il processo di integrazione e inclusione di Marco nell'ambito della comunità scolastica e, in particolare, in quello della sua classe. L'azione mira soprattutto al coinvolgimento attivo di tutte le figure che compongono il variegato mondo della scuola in questione ed è bello e positivo sperimentare la disponibilità da parte di tutti, anche se ogni tanto qualche boccone amaro devo ingoiarlo. Del resto, Marco è un ragazzo cui non si può non volere bene e, di conseguenza, non si può non desiderare il meglio per lui. E' contento di venire a scuola e gli piace moltissimo stare in compagnia, anche se c'è bisogno di aiutarlo ad acquisire le competenze sociali necessarie. Al tempo stesso è evidente che anche le persone che lo incontrano devono imparare ad approcciarsi a lui in maniera corretta e questo vale soprattutto per i suoi compagni di classe che, pur essendo attenti nei suoi confronti, hanno bisogno di essere guidati nella capacità di relazionarsi a lui, accettandolo e facendosi accettare e riconoscere come figure significative.
Il "come e cosa fare?" per raggiungere questi obiettivi primari sono quindi il mio pane quotidiano che necessariamente devo condire con tanta professionalità, attenzione, delicatezza e fantasia. Quest'ultima non mi è mai mancata, quindi mi è venuta un'idea che spero di tradurre in realtà nei prossimi giorni con l'aiuto della collega di italiano, degli alunni e di Marco, ovviamente. In un primo momento avevamo pensato di proporre ai ragazzi della classe la produzione di un elaborato sul tema della diversità che scaturisce dalla disabilità , in modo da valutare come stanno vivendo questa esperienza formativa e trarre qualche spunto per delle attività di inclusione. I ragazzi in questo sanno essere molto creativi, perciò è giusto ascoltare anche il loro parere.
L'idea originaria era quella di sfruttare le tessere di un puzzle per organizzare un gioco formativo: dando a ciascun alunno una tessera, devono aiutare Marco a ricomporre il puzzle disponendosi però nell'aula nell'ordine delle tessere e simulare gli incastri poggiando le mani sulle spalle dei compagni che hanno la tessera contigua.
La scelta del puzzle è dettata dal fatto che si tratta di un'attività che a Marco piace moltissimo e nella quale ha mostrato una buona abilità di osservazione dei dettagli e di organizzazione dello spazio. Oggi però l'idea ha cambiato aspetto e si è arricchita di ulteriori dettagli grazie all'interrogazione di italiano cui ho potuto assistere mentre lavoravo al banco con Marco. Il programma attuale prevede lo studio dei testi e delle tipologie dei componimenti narrativi, per cui l'interrogazione di oggi verteva sulle fiabe, le favole, il significato, l'uso e la loro struttura. A casa, mentre studiavo per i fatti miei, mi si è accesa la lampadina e mi sono ritrovato a pensare che all'attività già descritta, si può aggiungere un contenuto importante nei termini dello sviluppo della riflessione dei ragazzi sull'importanza e l'opportunità formativa che scaturisce dall'avere come compagno di classe un alunno con disabilità. Il puzzle cui ho pensato, infatti, riprende una scena di Biancaneve della Disney e la ritrae nell'atto di dare un bacio a Cucciolo che sta sulla porta della casetta dei sette nani, mentre gli altri guardano l'evento. La scena oltre a collegarsi perfettamente all'argomento di studio in questione è diventata allora uno spunto per la riflessione sul tema della diversità e dell'inclusione. Biancaneve, infatti, è molto diversa dai sette nani, eppure è accolta da loro come fosse un membro della famiglia, o della comunità. Lei metterà quindi le sue capacità a disposizione dei suoi ospiti e loro forniranno la protezione di cui aveva bisogno. Pensando all'immagine in questione però, mi sono trovato a chiedermi chi è che in quella fiaba si prende cura dell'altro, Biancaneve dei nani o i nani di Biancaneve? La risposta, che a primo impatto può apparire scontata, non è sicuramente banale se trasposta nell'ambito in questione: in classe, a scuola o, in generale ovunque si trovi una persona con disabilità, chi è che si prende cura dell'altro? E' davvero così scontato che la relazione di cura sia a senso unico o piuttosto che non sia bidirezionale?
Per quel che mi riguarda, mi trovo a ragionare su due livelli. Su quello razionale, è ovvio che la relazione di cura verso una persona disabile è principalmente a senso univoco, nel senso di assistente e assistito, specie se la disabilità è di tipo grave al punto da impedire l'espletamento delle abituali azioni quotidiane che una persona della sua età compie. Nel caso di Marco, per intenderci, vestirsi, relazionarsi ai coetanei sviluppando reti amicali, studiare e tanto altro sono aspetti molto deficitari, se non addirittura assenti. Sul piano esperienziale invece le cose stanno molto diversamente: Anna, prima tra tutti, poi le tante persone che ho assistito nel corso degli anni per lavoro o per volontariato, e adesso Marco, mi hanno insegnato, fatto percepire e scoprire che c'è una dimensione del prendersi cura, dell'accogliere (verbo che forse è più indicato in termini di inclusione scolastica) e del maturare come persona che va ben oltre il visibile aiuto materiale e che si serve di canali comunicativi e affettivi per lo più sotterranei e quindi nascosti alla consapevolezza immediata.
Consapevolezza immediata.
Mi colpisce molto questa espressione adesso: finché pensiamo in termini di immediatezza, si può dire che il processo di inclusione scolastica e sociale di persone con disabilità viaggia prevalentemente a senso unico. Ci provo, ma se non vedo un ritorno immediato, penso che non è servito a niente a me, ma solo alla persona da includere. Al massimo avrò fatto una buona azione che mi farà stare a posto con la coscienza oggi e per domani si vedrà.
L'esperienza però insegna, o dovrebbe insegnare, che esiste anche una consapevolezza differita grazie alla quale il senso e il significato di una esperienza può rivelarsi completamente anche a distanza di tempo e nei modi più impensati e imprevisti. Ecco perché sono convinto che la fiaba di Biancaneve possa insegnare tanto ai compagni di Marco, a me e a tutti: l'accoglienza del diverso, della persona con disabilità è un'occasione privilegiata per mettere in atto un processo di inclusione che aiuta tutti a maturare come persone e dare vita a relazioni che magari scombinano il nostro modo abituale di relazionarci all'altro, ma che permettono di accedere a livelli diversi della nostra interiorità e comprendere più approfonditamente come funziona il mondo.

Chi si prende cura di chi? Grazie per la tua riflessione.
RispondiEliminaMi piace pensare che una classe, una scuola, una società siano organismi viventi influenzati da ogni loro componente (come un puzzle?) e che quelli che possono apparire i tasselli più deboli, siano parte integrante che dà colore, forma e struttura al risultato. Perché nessuno che si sia avvicinato a Marco, anche solo di pasaggio, può essergli del tutto indifferente, in un modo o nell'altro, più o meno consapevolmente. Di fatto si è visto nella classe in cui è venuto a trovarci e ancora, fino a ieri, mi chiedono di lui.
Grazie a Marco e grazie a te, Luigi, per questa opportunità formativa (formativa per chi? Non serve dirlo, vero?)