Biancaneve e i sette nani: paradigma dell'interazione con la disabilità?
Nel precedente articolo ho scritto che la testa mi frulla parecchio ultimamente, ma che gli impegni mi tengono lontano da questa piacevole attività. Ancora una volta però mi sono ritrovato a dare spazio alle risonanze interiori attivate tanto dallo studio personale, quanto dalle considerazioni scaturite dal summenzionato articolo e da alcune osservazioni di chi lo ha letto.
Riprendendo quindi la fiaba di Biancaneve, ma facendo soprattutto riferimento alla versione animata proposta dalla Disney visto che il testo originale non lo ricordo perfettamente, mi sono trovato a ripensare al momento in cui nell'altro articolo ho scritto che Biancaneve può essere un esempio di diversità se paragonata ai nani che la accolgono e quindi, per associazione di idee, rappresentare la persona con disabilità presente in una comunità quale può essere una classe scolastica. Formulo la riflessione che voglio proporre oggi sotto forma di domanda che ho appuntato su un foglio per essere sicuro che non mi sfuggisse nella sua chiarezza durante lo studio:
L'accoglienza di Biancaneve da parte dei nani ha portato ordine in quella casa. Volendo adottare questa idea, possiamo affermare che l'accoglienza della persona con disabilità, può essere l'occasione per guardare alla propria "casa" con occhi nuovi e secondo una prospettiva differente?
Mi sembra evidente che per "casa" qui intendo la propria interiorità, e può essere intesa sia come la sfera intima e personale in cui ciascuno può ritrovarsi e riflettere sulle proprie esperienze, sia in senso più generale come luogo interiore in cui avvengono processi che ci modificano e stimolano una risposta alle sollecitazioni esteriori anche se non sempre e non necessariamente giungono alla nostra consapevolezza, specie se non volutamente monitorati dalla riflessione personale. In questo secondo senso mi piace pensare alla situazione della casa dei nani all'arrivo di Biancaneve: i padroni dell'abitazione sono lontani, impegnati nell'attività esterna dovuta al loro lavoro, quindi inconsapevoli di cosa stia accadendo lì dentro. Hanno lasciato tutto in disordine e non propriamente pulito (un po' come me al mattino quando esco di casa!), perciò la protagonista della fiaba giunta in preda alla paura ed entrata perché spinta dalla necessità di trovare riparo e sicurezza, si mette a sistemare la casa, pulendola e dando nuovo ordine alle cose lì presenti. Stando ai miei ricordi, è interessante notare come Biancaneve cambi stato d'animo appena varca la soglia di quella strana abitazione in cui tutto ha dimensioni ridotte. Sembra che la paura e lo stato di tensione l'abbandonino per lasciare spazio a ciò che le viene naturale e spontaneo secondo le proprie capacità: osservare, stupirsi, rassettare gli ambienti e poi crollare stanca sui lettini dei nani. Al loro rientro, i proprietari notano subito che c'è qualcosa di diverso dal solito e stupiti guardano le cose secondo una nuova prospettiva. Quando si accorgono della presenza di Biancaneve e delle sue necessità, la accolgono e invitano a restare, dando così inizio a un sodalizio che sfocerà, come già notato, in un reciproco prendersi cura dell'altro.
Questa la lettura del testo. Ora però viene l'interpretazione e credo che sia influenzata dalla necessità di dare risposta, prima di tutto a me stesso, a una domanda che da anni mi accompagna e che si è fatta pressante da quando ho iniziato l'esperienza come docente di sostegno: perché mi piace stare in compagnia delle persone con disabilità, lavorare con loro e per loro? Soprattutto, perché tra tutti i tipi di disabilità mi sento a mio agio con persone con autismo e con quelle che hanno forme gravi di disabilità e di compromissione intellettiva e fisica? Forse la risposta mi arriva proprio dalla lettura alternativa che sto facendo della fiaba di Biancaneve. Prescindendo dai motivi affettivi che mi portano a considerare Anna una delle persone più importanti della mia vita e, di conseguenza, grazie a lei la simpatia e l'affetto spontaneo verso quelli che vivono simili condizioni, credo che a livello generale e non solo personale il nocciolo della questione stia tutto qui: accogliere la persona con disabilità innesca processi e cambiamenti interiori che il più delle volte sono inconsapevoli perché molto profondi o perché avvengono nel lungo periodo e sono incentivati dal tipo di relazione che si instaura. A volte però, questi processi possono affiorare alla consapevolezza e allora ci si accorge di guardare la propria "casa" e ciò che la circonda secondo nuove prospettive e disposizioni.
Si potrebbe a questo punto muovere almeno un'obiezione in merito alle riflessioni appena esposte. Provo ad formularla e a darle una possibile risposta.
Quanto riferito alla relazione con una persona con disabilità può essere tranquillamente esteso a qualsiasi tipo di relazione interpersonale, quindi perché insistere tanto in questa direzione?
La risposta è che nell'immaginario collettivo predominante avere a che fare con una persona con disabilità - soprattutto se grave al punto da compromettere la comunicazione secondo i canali cui si è abituati - è vista in un'ottica unidirezionale perché accentratrice di bisogni, cure e attenzioni che chiedono soddisfazione. Pertanto, non sempre si è attenti e pronti a comprendere quanto quella relazione abbia effetto in termini positivi sulla persona "normodotata" che ci interagisce o che se ne prende cura. E' più facile pensare in termini negativi quali il carico emotivo che simile relazione implica o il dispendio di energie fisiche, mentali ed economiche da sostenere. E questo può portare a situazioni di rifiuto, fuga, non accettazione e anche paura della "diversità". Con gli alunni disabili (ma il discorso può essere esteso a tutti i tipi di alunni e studenti) è la stessa cosa: sono persone cui bisogna prestare attenzione, dedicare tempo, cura ed energie e spesso non si è in grado di percepire un ritorno immediato e positivo. Eppure, la citata unidirezionalità è solo apparente come bene fa comprendere l'esempio dei nani della fiaba di Biancaneve: stando fuori per lavoro non sanno cosa sta accadendo nella loro casa, messa inconsapevolmente a disposizione di Biancaneve che, è bene ricordarlo, in questa lettura assume il ruolo della persona con disabilità e che opera un cambiamento positivo di quel luogo. Mi sovviene ora un messaggio che ebbi modo di scrivere a una persona, collega di lavoro, quando si trovò a gestire una situazione di forte disagio con un utente con grave disabilità. In quella relazione sperimentava la difficoltà di essere all'altezza del ruolo che le era affidato, perché non aveva esperienza e, soprattutto, perché pensava di non avere le competenze necessarie. Quando si arrivò a sollevare questa persona da quell'incarico, si creò l'occasione per un confronto reciproco attraverso uno scambio di messaggi. Per comodità riporto ciò che scrissi perché credo sintetizzi al meglio il mio punto di vista:
"Sono d'accordo con te. Se comunicassi io che non andrai più, sarebbe come avallare una fuga di cui ti vergogni, cosa che così non è. Credo che i genitori saranno dispiaciuti, ma saranno in grado di comprendere le tue ragioni. Per parte mia, sono fiducioso e anche convinto che non sentendo più il peso della responsabilità e della tua apparente inadeguatezza, potrai pian piano recuperare la fiducia nelle tue ottime capacità e ritornare in futuro in quel servizio più forte e sicura. Uno sguardo distaccato ed esterno, ma con la consapevolezza dell'esperienza fatta, ti permetterà di assumere un nuovo atteggiamento nei confronti del nostro utente. Ecco, se posso permettermi, vedo in questa situazione il valore della sua presenza nella nostra vita: senza saperlo, con il suo modo di essere e di stare al mondo, è in grado di fare da specchio a noi stessi, rimandandoci un'immagine di noi con un riflesso e una prospettiva che altrimenti sarebbe rimasta nascosta. E la conseguenza è che sta a noi sfruttare tutto ciò come occasione di crescita umana prima ancora che professionale. E sono sicuro che tu sarai in grado di compiere questo progresso".
Ho riportato in grassetto il punto più importante dell'intero messaggio (lievemente modificato per impedire di risalire alla situazione cui si fa riferimento) perché è ciò che sto cercando di dire. E il bello è che se parlo in maniera astratta faccio fatica a esplicitare il mio pensiero in maniera chiara. Se invece penso a una situazione specifica, le idee prendono forma in maniera limpida. Forse è anche questo il potere che hanno le persone con disabilità su di me!
Ps: ho fatto cenno ai sentimenti di disagio che la vista e l'interazione con una persona con disabilità può provocare. A volte, anche il solo vedere tali persone può innescare meccanismi emotivi di varia natura. Lo so bene perché negli anni ne ho fatta esperienza e continuo a farlo. Anche quello sguardo può essere in grado di dire a chi lo pone qualcosa in più di se stesso. L'importante quindi è prendere consapevolezza di ciò che l'altro mi provoca dentro e arne tesoro, magari proponendosi di trovare il modo adeguato per cambiare quelle sensazioni negative per trasformarle in positive.
Si potrebbe a questo punto muovere almeno un'obiezione in merito alle riflessioni appena esposte. Provo ad formularla e a darle una possibile risposta.
Quanto riferito alla relazione con una persona con disabilità può essere tranquillamente esteso a qualsiasi tipo di relazione interpersonale, quindi perché insistere tanto in questa direzione?
La risposta è che nell'immaginario collettivo predominante avere a che fare con una persona con disabilità - soprattutto se grave al punto da compromettere la comunicazione secondo i canali cui si è abituati - è vista in un'ottica unidirezionale perché accentratrice di bisogni, cure e attenzioni che chiedono soddisfazione. Pertanto, non sempre si è attenti e pronti a comprendere quanto quella relazione abbia effetto in termini positivi sulla persona "normodotata" che ci interagisce o che se ne prende cura. E' più facile pensare in termini negativi quali il carico emotivo che simile relazione implica o il dispendio di energie fisiche, mentali ed economiche da sostenere. E questo può portare a situazioni di rifiuto, fuga, non accettazione e anche paura della "diversità". Con gli alunni disabili (ma il discorso può essere esteso a tutti i tipi di alunni e studenti) è la stessa cosa: sono persone cui bisogna prestare attenzione, dedicare tempo, cura ed energie e spesso non si è in grado di percepire un ritorno immediato e positivo. Eppure, la citata unidirezionalità è solo apparente come bene fa comprendere l'esempio dei nani della fiaba di Biancaneve: stando fuori per lavoro non sanno cosa sta accadendo nella loro casa, messa inconsapevolmente a disposizione di Biancaneve che, è bene ricordarlo, in questa lettura assume il ruolo della persona con disabilità e che opera un cambiamento positivo di quel luogo. Mi sovviene ora un messaggio che ebbi modo di scrivere a una persona, collega di lavoro, quando si trovò a gestire una situazione di forte disagio con un utente con grave disabilità. In quella relazione sperimentava la difficoltà di essere all'altezza del ruolo che le era affidato, perché non aveva esperienza e, soprattutto, perché pensava di non avere le competenze necessarie. Quando si arrivò a sollevare questa persona da quell'incarico, si creò l'occasione per un confronto reciproco attraverso uno scambio di messaggi. Per comodità riporto ciò che scrissi perché credo sintetizzi al meglio il mio punto di vista:
"Sono d'accordo con te. Se comunicassi io che non andrai più, sarebbe come avallare una fuga di cui ti vergogni, cosa che così non è. Credo che i genitori saranno dispiaciuti, ma saranno in grado di comprendere le tue ragioni. Per parte mia, sono fiducioso e anche convinto che non sentendo più il peso della responsabilità e della tua apparente inadeguatezza, potrai pian piano recuperare la fiducia nelle tue ottime capacità e ritornare in futuro in quel servizio più forte e sicura. Uno sguardo distaccato ed esterno, ma con la consapevolezza dell'esperienza fatta, ti permetterà di assumere un nuovo atteggiamento nei confronti del nostro utente. Ecco, se posso permettermi, vedo in questa situazione il valore della sua presenza nella nostra vita: senza saperlo, con il suo modo di essere e di stare al mondo, è in grado di fare da specchio a noi stessi, rimandandoci un'immagine di noi con un riflesso e una prospettiva che altrimenti sarebbe rimasta nascosta. E la conseguenza è che sta a noi sfruttare tutto ciò come occasione di crescita umana prima ancora che professionale. E sono sicuro che tu sarai in grado di compiere questo progresso".
Ho riportato in grassetto il punto più importante dell'intero messaggio (lievemente modificato per impedire di risalire alla situazione cui si fa riferimento) perché è ciò che sto cercando di dire. E il bello è che se parlo in maniera astratta faccio fatica a esplicitare il mio pensiero in maniera chiara. Se invece penso a una situazione specifica, le idee prendono forma in maniera limpida. Forse è anche questo il potere che hanno le persone con disabilità su di me!
Ps: ho fatto cenno ai sentimenti di disagio che la vista e l'interazione con una persona con disabilità può provocare. A volte, anche il solo vedere tali persone può innescare meccanismi emotivi di varia natura. Lo so bene perché negli anni ne ho fatta esperienza e continuo a farlo. Anche quello sguardo può essere in grado di dire a chi lo pone qualcosa in più di se stesso. L'importante quindi è prendere consapevolezza di ciò che l'altro mi provoca dentro e arne tesoro, magari proponendosi di trovare il modo adeguato per cambiare quelle sensazioni negative per trasformarle in positive.
Caro Luigi, ogni volta che parliamo o che ti leggo, ho qualcosa da imparare, soprattutto su me stessa.
RispondiEliminaQuesta modifica degli schemi mentali (il rassettare casa dei nani) avviene in particolare nella relazione educativa e, come tu dici, non solo con la disabilità (lì è forse più evidente a causa di preconcetti più radicati e della nostra difficoltà di inquadrare, schematizzare e standardizzare le reazioni dell'altro), laddove l'educatore, che parte con il presupposto di dover dare, fare, riempire un presunto vuoto di conoscenze con la propria sapienza, si ritrova con gli schemi mentali irrimediabilmente e fortunatamente sconvolti, tanto più involontariamente quanto più è concentrato nel suo lavoro. Se posso rubarti la metafora, come i nani che pensano di dover scavare montagne per soddisfare i propri bisogni, ma poi scoprono che i loro più grandi bisogni erano nascosti proprio in casa, nel loro mondo emotivo, cosi trasandato perché dato per scontato. E allora, quando Biancaneve li bacia in fronte uno per uno, anche lo sguardo di Brontolo cambia del tutto e da allora non tornerà più in classe... - Ehm... in miniera, volevo dire! - con lo stesso spirito.
Cristina, grazie per questo tuo commento che fa riflettere molto e per la chiarezza con cui hai dato voce ad alcuni pensieri che non riuscivo a focalizzare!
EliminaIl "partire dal presupposto", sto imparando, a volte può essere deleterio: in quanto educatore sono portato a pensare che "devo fare", quando invece spesso è più importante "saper essere" o meglio, "imparare a essere". E allora si scopre che la relazione educativa può divenire un "saper stare" anche quando il riflesso di rimando non è propriamente positivo. Aggiungo però ora che il "saper stare" con la persona disabile (e gli alunni in generale) non è qualcosa che riguarda solo la figura docente, ma si allarga a tutte le figure che entrano in relazione reciproca. Ciò che è davvero importante è comprendere che la comunicazione non deve necessariamente passare attraverso le parole, pena la delusione di non vedersi, il più delle volte, compresi dalla persona con disabilità, quanto piuttosto da un semplice stare, adeguandosi, mettendosi sulla stessa lunghezza d'onda dell'altro, cosa molto difficile perché richiede uno sforzo notevole soprattutto in termini di vincita del disagio provocato dal non sapere cosa fare. Perché sempre lì si va a finire: si parte dal presupposto di dover "dover dare, fare, riempire un presunto vuoto di conoscenze". Ma se ci si riesce, si scopre che c'era proprio bisogno di rimettere ordine prima di tutto in casa propria!